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Archivio dei tag racconto psicologico

CAMBIARE PER CRESCERE

“C’è da imparare una lezione dal modo in cui il serpente cambia la pelle. Il serpente sente che una nuova pelle si è formata sotto la vecchia e cerca nelle rocce una fessura o un foro stretto dove si infila con difficoltà: deve sforzarsi per passare dalla… «porta stretta». Quando esce dalla strettoia, ha una pelle nuova, migliore, quella vecchia è stata strappata via.

Allo stesso modo ognuno di noi deve passare prima o poi attraverso la «porta stretta», per riuscire a perdere la vecchia pelle, cioè le vecchie idee, le vecchie abitudini, i vecchi ragionamenti. Anche per voi verrà questo momento. Sarà certo un passaggio difficile, ma non abbiate paura, non turbatevi!

Rallegratevi se perdete la vecchia pelle, perché in tal modo diventerete un essere nuovo, migliore, con una comprensione più ampia, un cuore più generoso ed un comportamento che porterà agli altri solo benedizioni.”

Omraam Mikhaël Aïvanhov

STORIA TAOISTA

In una storia taoista, un uomo di mezz’età perde la testa. Si dimentica di tutto. La sera non ricorda più che cosa ha fatto durante il giorno, e l’indomani non ricorda più della sera prima. In casa dimentica di sedersi, per la strada di camminare. In ogni momento la sua mente cancella ciò che è successo un momento prima.

I suoi familiari sono disperati. Le provano tutte, medici, stregoni, sciamani, ma niente funziona. Alla fine viene Confucio e dice: “Io so di che si tratta, ho una medicina segreta. Lasciatemi solo con lui”. E così accade. La cura prende qualche tempo, e nessuno sa bene che cosa succede. Alla fine l’uomo è guarito e ricorda tutto.

È guarito, ma furioso: “Prima, quando dimenticavo ogni cosa, la mente era libera e pura. Ora è appesantita dai ricordi: decine di anni di vittorie e sconfitte, guadagni e perdite, piaceri e dolori. E i ricordi del passato mi riempiono di preoccupazioni per il futuro. Non potrei avere ancora un momento di dimenticanza?”.

Tratto da La forza della gentilezza, Piero Ferrucci

IL PRIMO ACCORDO

C’era un ragazzino che sognava di diventare chitarrista. Venne il suo compleanno e come regalo chiese, ovviamente, una chitarra. Era molto bella. Piena di corde, però.

Provò timidamente a toccarle e ne fu respinto. Allora le accarezzò. Emisero un gorgoglio ottuso: niente a che spartire col mondo di suoni che lui si sentiva dentro. «Andrò da un insegnante di musica», disse. Aveva saputo da qualche parte che quando un sogno ti resta incollato addosso significa che non è più un’illusione, ma un segnale che ti sta indicando la tua missione nella vita. Cucinare. Fare calcoli. Riparare orologi. Ciascuno di noi ha la sua e l’errore è credere che una sia più importante dell’altra, solo perché non tutte procurano fama e denaro.

Il ragazzino era sicuro che la sua missione fosse tirare fuori dalla pancia quei suoni. Così andò a lezione. Non capì niente. Ci ritornò e fu peggio. «Mi arrendo, il sogno era falso: io non ho talento per la musica».
Se non s’imbottì di Prozac, è solo perché non esisteva ancora. Nascose la chitarra in un baule e accese la radio. Lo invase un suono semplice, nuovo: pochi accordi ritmati. I disc-jockey dell’epoca lo chiamavano skiffle, ma era già il rock.

Il ragazzino riaprì il baule e provò il primo accordo. In quel momento capì che per sapere se un sogno era giusto occorreva prima rinnegarlo, affinché la vita te lo restituisse per sempre con una rivelazione improvvisa. Raccontò la sua scoperta a un amico, che ieri in un’intervista l’ha raccontata al mondo.

Ah, quel ragazzino si chiamava John Lennon.

Tratto da Ci salveranno gli ingenui, Massimo Gramellini

LA STORIA DEI TRE TAGLIAPIETRE

Un visitatore entrò nel cantiere dove nel Medioevo si stava costruendo una cattedrale. Incontrò un tagliapietre e gli chiese: “Che cosa stai facendo?” L’altro rispose di malumore: “Non vedi, sto tagliando delle pietre”. Così egli mostrava che considerava quel lavoro increscioso e di poco valore. Il visitatore passò oltre e incontrò un secondo tagliapietre; anche a questo egli chiese cosa faceva. “Sto guadagnando di che vivere per me e per la mia famiglia”, rispose l’operaio in tono calmo, mostrando una certa soddisfazione. L’altro proseguì ancora e, trovato un terzo tagliapietre, gli rivolse la stessa domanda. Questi rispose gioiosamente: “Sto costruendo una cattedrale”.

Egli aveva compreso il significato e lo scopo del suo lavoro, si era reso conto che la sua opera umile era altrettanto necessaria quanto quella dell’architetto e quindi in un certo senso aveva lo stesso valore della sua. Perciò eseguiva il suo lavoro volentieri, anzi con entusiasmo.

Roberto Assagioli, tratto da Per vivere meglio

RACCONTA UNA LEGGENDA SUFI

Molti anni fa, in un povero villaggio cinese, viveva un agricoltore con suo figlio. Suo unico bene materiale, a parte la terra e la piccola casa di paglia, era un cavallo che aveva ereditato da suo padre.
Un giorno, il cavallo scappò lasciando l’uomo senza animali che potessero lavorare la terra. I suoi vicini – che lo rispettavano molto per la sua onestà e diligenza – accorsero a casa sua per dirgli che erano dispiaciuti per quanto era successo. Lui li ringraziò per la visita, ma domandò: “Come fate a sapere se ciò che mi è successo è una disgrazia per me?”

Qualcuno commentò a bassa voce con l’amico: “Non vuole accettare la realtà, lasciamo che pensi quel che vuole, così non si affliggerà per l’avvenuto.”
Ed i vicini andarono via, fingendo d’essere d’accordo con ciò che avevano sentito.

Una settimana dopo, il cavallo ritornò alla stalla, ma non era solo: era accompagnato da una bella giumenta. Al sapere questo, gli abitanti del villaggio – contenti, perché solo ora avevano capito la risposta che l’uomo aveva dato loro – tornarono a casa dell’agricoltore, congratulandosi per la buona sorte.
“Prima avevi solo un cavallo, ed ora ne hai due. Auguri!”, dissero.
“Grazie mille per la visita e per la vostra solidarietà”, rispose l’agricoltore. -“Ma come fate a sapere che l’accaduto è una benedizione per me?”
Sconcertati, e pensando che l’uomo stesse impazzendo, i vicini se ne andarono, commentando per strada “possibile che quest’uomo non capisca che Dio gli ha inviato un dono?”
Passato un mese, il figlio dell’agricoltore, decise di addomesticare la giumenta. Ma l’animale saltò in modo imprevisto, ed il ragazzo, cadendo in malo modo, si ruppe una gamba.
I vicini tornarono a casa dell’agricoltore, portando doni per il giovane ferito. Il sindaco del villaggio, solennemente, presentò le condoglianze al padre, dicendo che tutti erano molto dispiaciuti per l’accaduto.
L’uomo ringraziò per la visita e l’affetto di tutti. Ma domandò: “Come potete sapere se l’accaduto è una disgrazia per me?”

Questa frase lasciò tutti stupefatti, perché nessuno potrebbe avere il minimo dubbio di come un incidente ad un figlio possa essere una tragedia. Uscirono della casa dell’agricoltore, commentando fra sé: “È davvero impazzito; il suo unico figlio può rimanere zoppo per sempre ed ha ancora dubbi che l’accaduto possa davvero essere una disgrazia.”
Trascorsero alcuni mesi ed il Giappone dichiarò guerra alla Cina. Gli emissari dell’imperatore attraversarono tutto il paese alla ricerca di giovani in buona salute da inviare al fronte in battaglia. Arrivarono al villaggio e reclutarono tutti i giovani, eccetto il figlio dell’agricoltore che aveva la gamba rotta.

Nessuno dei ragazzi ritornò vivo. Il figlio guarì, i due animali fecero puledri che furono venduti dando una buona resa in denaro. L’agricoltore passò a visitare i suoi vicini per consolarli ed aiutarli, poiché si erano mostrati solidali con lui in ogni situazione. Ogni volta che qualcuno di loro si lamentava, l’agricoltore diceva: “Come sai se questa è una disgrazia?”. Se qualcuno si rallegrava troppo, gli domandava: “Come sai se questa è una benedizione?” E gli uomini di quel villaggio capirono che, oltre alle apparenze, la vita ha altri significati.

TUTTO L’ORO DEL MONDO

Non sono né i potenti a governarci né i filosofi a guidare la nostra vita… ma noi stessi.
È un errore attendere un segno del destino per trovare la propria strada.
Da sempre gli uomini percorrono il mondo in cerca di fortuna.
Sappi, figlia mia, che tutto l’oro del mondo è dentro di te così come in ognuno di noi.
Devi scavare, cercare nel profondo di te stessa, e troverai risorse insospettate che faranno, se non la tua fortuna, almeno la tua felicità.

Lettere alla mia bambina.  Alain Ayache

IL GIOVANE PITTORE

Un giovane che vuole diventare pittore si reca da un gran maestro. Questi gli chiede di dipingere un quadro e di portarglielo. Una volta che il quadro è terminato, il giovane lo porta al maestro, che gli domanda:
“Che te ne pare? La tua opera è riuscita?”
“Aspetto che sia lei a dirlo” risponde, insicuro.
“Ancora non ci siamo!”

Il giovane, tristissimo, torna nella sua stanza e comincia un altro quadro. Quando lo finisce, ritorna dal vecchio.
“Che te ne pare? La tua opera è riuscita?”
“Aspetto che sia lei a dirlo.”
“No, ancora non ci siamo!”

E così, per qualche anno, la stessa scena si ripete ogni volta.
Un giorno, finalmente, il giovane sente di aver dipinto un quadro di valore. Tutto contento, lo porta al maestro. Questi lo esamina attentamente e poi, come sempre, gli domanda:
“Che te ne pare? La tua opera è riuscita?”
“Questa volta sì, credo che sia riuscita, ma aspetto che sia lei a dirlo.”
“Devo pensarci, studiare il tuo quadro. Torna domani.”

Il giovane, euforico, va nel caffè dove si riuniscono gli altri allievi del maestro e commenta con loro la sua opera. Un ragazzo gli dice:
“Non so perché tu sia così soddisfatto, ho appena parlato con il vecchio e lui non ha fatto altro che demolire il tuo quadro. Dice che non ha il minimo valore.”

Il giovane pittore, furibondo, corre a casa del maestro. Non appena lo vede grida:
“Come può parlare così del mio quadro? È ingiusto! Sono sicuro che lei sa quant’è riuscito. È un’opera d’arte! Non le permetto di demolirlo! Non le permetto di parlar male di un quadro che amo!”

Il vecchio sorride e risponde:
“Adesso sì che ci siamo, finalmente!”

Tratto da La risposta è la domanda di A. Jodorowsky

E’ COME TU DESIDERI

C’era una volta un eremita vecchio e saggio che viveva in una caverna in cima a una montagna. Era famoso tra la gente come il saggio che poteva rispondere anche alle domande più difficili sulla vita. Diceva sempre e solo la verità. Ma, tra i giovani, c’erano alcuni che dubitavano del suo dono.

Una volta, uno di questi giovani disse ai suoi amici che sarebbe andato dall’eremita e lo avrebbe preso in giro confondendolo con le sue domande. Il giovane aveva in mano un uccellino indifeso. Disse ai suoi amici: “Andrò dal vecchio e terrò le mani nascoste dietro la schiena. Gli chiederò se l’uccellino è vivo o morto. Se dirà che è morto, gli mostrerò che è vivo. Se dirà che è vivo, spezzerò il collo dell’uccellino e gli mostrerò che sbagliava”.
Così, il giovano scalò la montagna in cerca della caverna nell’eremita. Quando la trovò, chiamò il vecchio a gran voce.
Dall’interno della caverna, l’eremita disse: “Cosa vuoi, figliolo?”
“Voglio farti una domanda”, rispose il giovane, nascondendo l’uccellino dietro la schiena.
La voce rispose: “Allora falla, figliolo”.
Il giovane sogghignò e disse: “Dietro la schiena ho un uccellino. Voglio sapere se è vivo o morto”.

Ci fu un breve silenzio, poi la voce rispose stancamente: “È come tu desideri, figliolo”.

Racconto popolare tratto da Il tempo delle due lune di Priscilla Cogan

L’ASINO SAGGIO

Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo.

Non si era fatto male, ma non poteva più uscirne.
L’asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario pensava al da farsi.
Finalmente il contadino prese una decisione crudele: concluse che l’asino era ormai molto vecchio e che non serviva più a nulla, che il pozzo era ormai secco e che in qualche modo bisognava chiuderlo.
Non valeva pertanto la pena di sforzarsi per tirare fuori l’animale dal pozzo.

Al contrario chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l’asino.
Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo.

L’asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo con lui e pianse disperatamente.
Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l’asino rimase quieto.

Il contadino alla fine guardò verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide.
Ad ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l’asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra.

In questo modo, in poco tempo, tutti videro come l’asino riuscì ad arrivare fino all’imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e uscirne trottando.

una storia Sufi